Quali caratteristiche hanno in comune la peste del 1600 e il Covid-19? Ecco un testo in grado di schiarirti le idee sulle questioni politiche attuali e del tempo, sull’iniziale ignoranza dell’intera popolazione e sul ripetersi di avvenimenti fuori dalle regole.

La peste che colpì l’Italia settentrionale nel XVII secolo e la pandemia che ci troviamo ad affrontare oggi non possono essere propriamente comparate per una serie di ragioni: la diversità delle situazioni socio-economiche, del contesto storico-culturale, delle conoscenze in ambito medico-scientifico; in poche parole, stiamo parlando di due mondi completamente diversi, quasi contrastanti. Nonostante ciò, è impossibile non notare le diverse analogie che accomunano le due malattie che hanno invaso il nostro paese in periodi storici differenti.
Ci sono diverse ipotesi riguardo all’origine sia delle peste che del Covid-19.
Infatti, alcuni studiosi pensano che anche la “peste manzoniana”, che si propagò nella nostra penisola dal 1629 al 1632, sia originaria della Cina: si sarebbe appunto diffusa dal territorio asiatico in seguito alle guerre tra il popolo cinese e il popolo mongolo e sarebbe arrivata in Italia tramite i ratti e le loro pulci che si erano imbarcate nelle numerosi navi che, all’epoca, segnavano il fiorente scambio commerciale emergente.

Altri storici, invece, sono quasi sicuri di poter affermare che la peste provenisse dalla Germania e che si diffuse in Italia attraverso le legioni tedesche del Sacro Romano Impero che attraversarono Milano, causando un notevole numero di contagi. Nella grande città, difatti, si iniziò a diffondere il nome di un soldato, un certo Pietro Antonio Lovato, a cui oggi daremmo il titolo di “paziente zero”, che entrando a Milano con delle stoffe comprate dai tedeschi, contribuì a diffondere la malattia mortale. Sul suo corpo fu riscontrata la presenza di un bubbone, segno inconfondibile della malattia; così decisero di chiudere Pietro in un lazzaretto insieme a tutte le persone con cui egli era entrato in contatto. Questo, sfortunatamente, non aiutò a rallentare la diffusione della malattia.
Dal mese di marzo del 1630, infatti, si ebbe una continua crescita del numero dei morti e dei contagiati concentrata sopratutto nella zona settentrionale dell’Italia. Per ordine del Tribunale venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto tutti i malati o le persone sospette: questo ha spinto molti a nascondere casi di peste e decessi, cosa che contribuì al propagarsi dell’epidemia.
L’apice raggiunto dall’epidemia, però, si ebbe nell’estate del 1630, dato che il caldo favoriva la sua diffusione, con la decimazione di un quarto della popolazione in brevissimo tempo. Si stima infatti che, in Italia settentrionale, tra il 1630 e il 1631, morirono a causa della peste 1.100.000 persone su una popolazione complessiva di circa 4 milioni.

Il Coronavirus si sarebbe anch’esso sviluppato in Cina, in particolar modo nella città di Wuhan. Le ipotesi sulla sua origine che circolano in rete sono tante: dalle teorie naturali a quelle complottiste, fino ad arrivare a quelle riguardanti errori commessi in laboratorio.

La più accreditata da tutta la comunità scientifica, però, sembrerebbe essere quella di origine naturale, cioè l’idea che il virus sia stato trasmesso dagli animali, nello specifico dai pipistrelli, all’uomo.
La diffusione del Covid-19 in Italia è ”iniziata” nel febbraio 2020, quando ad un 38enne di Codogno è stato riscontrato il virus dopo una forte polmonite. Successivamente tutta la città è stata messa in quarantena, mentre il resto della regione ha continuato la vita di tutti i giorni, anche se la pace non ha regnato a lungo. Partendo da marzo abbiamo avuto una notevole crescita di contagi in tutta Italia concentrati soprattutto nella zona nord della penisola. I morti aumentavano di giorno in giorno. Tutt’oggi il virus continua a propagarsi in particolar modo nella regione Lombardia, ma pare che l’avanzamento del Covid-19 stia rallentano grazie alle rigide restrizioni, che non sempre vengono rispettate, messe in atto dal governo. Ad oggi (inizio giugno, ndr) i pazienti positivi al Coronavirus in Italia sono 234.801, mentre il totale dei deceduti è 33.846.
Un’altra analogia che non può non saltare all’occhio è il territorio di diffusione della peste e del Coronavirus: difatti le zone più colpite in ambedue i casi sono: Milano, Bergamo, Padova, Treviso, Venezia e Verona.
Un’altra somiglianza tra le due epidemie risiede nell’approccio avuto inizialmente, quando ancora non si parlava di pandemia; sia nell’Italia seicentesca sia in quella odierna, la faccenda non venne presa subito sul serio, o almeno, non vennero applicate fin da subito le misure di prevenzione per marginare il contagio.

Inizialmente, nel 1629, con i primi malati il morbo della peste venne sottovalutato: c’era chi pensava fosse un banale male di stagione e chi derideva le preoccupazioni dei pochi che prendevano l’epidemia seriamente. Anzi, la gente che viveva nei luoghi dove il contagio doveva ancora giungere, pareva non essere minimamente spaventata. Presto, però, la realtà dei fatti fece presto cambiare idea a tutti i cittadini milanesi e non, tanto che la paura prese il sopravvento sulla popolazione che iniziò a credere che la diffusione della peste fosse causata dagli untori (persone che si presumeva avessero il compito di ungere le maniglie delle porte con il germe) o dai medici per “dare lavoro” al settore sanitario.
Intanto, dall’altro lato, l’amministrazione e la politica non prendevano i dovuti provvedimenti per arginare il contagio, interessandosi a questioni meno importanti come la contesa della guerra per la successione di Mantova. Difatti il governatore Ambrogio Spinola, il 18 novembre 1629, promosse i pubblici festeggiamenti per la nascita del primogenito di re Filippo IV di Spagna senza curarsi del fatto che un grande afflusso di gente per le strade avrebbe potuto facilitare la diffusione del contagio.
Successivamente si iniziarono a prendere misure di sicurezza in modo da rallentare, per quanto possibile, il contagio. Tra queste ultime c’era anche l’uso, da parte dei medici, della conosciuta “maschera con il becco”. I medici dell’epoca, infatti, dovevano indossare degli occhiali e una maschera con un naso lungo una ventina di centimetri, a forma di becco, pieno di profumo e con due soli buchi, sufficienti alla respirazione, e che portavano insieme all’aria l’effluvio delle erbe contenute lungo il becco.
La situazione italiana moderna non è molto differente: all’inizio, tra fine febbraio e inizio marzo, si pensava che il Coronavirus fosse solo una semplice influenza che, solamente in casi estremi, poteva condurre alla morte. Man mano che si andava avanti col tempo e con l’aumentare dei contagi abbiamo iniziato a capire che la situazione era più grave di quanto pensassimo.

 

Difatti la popolazione, inizialmente, nonostante le restrizioni applicate dal governo, continuò a fare di testa propria, andando in giro senza protezioni e senza un valido motivo, rendendo impossibile ogni contrasto risolutivo alla diffusione dell’agente patogeno. Un esempio di queste trasgressioni sono state: “l’assalto ai supermercati” avvenuto all’inizio di Marzo, oppure la fuga di massa dalla zona rossa lombarda: molte persone si sono dirette agli aeroporti e alle stazioni più vicini per lasciare di corsa la regione portando, in questo modo, il virus in tutto il Paese.
All’inizio, anche in campo politico non venne presa nessuna misura per limitare i contagi; quando, però, questi ultimi hanno iniziato ad aumentare e diffondersi a macchia d’olio, sono state messe in atto le prime restrizioni e delimitate le prime zone rosse. Sono aumentati gli obblighi riguardo alle protezioni da adoperare per uscire di casa ed è stato definito uno stato di “quarantena nazionale” o “pandemia
Da pochi giorni il Governo ha fatto riaprire tutte le attività, ma siamo ancora in attesa di sapere se questa scelta porterà ad una tragica ricaduta o ad una vera a propria ripartenza.
Stiamo combattendo contro un nemico invisibile, un nemico che non possiamo toccare. Un nemico che non possiamo combattere usando pistole o spade, che non possiamo sconfiggere firmando un trattato di pace. Un nemico che non ha né braccia né gambe, ma che è riuscito ad espandersi in tutto il mondo. Un nemico che non possiede un esercito, ma che è riuscito a conquistarci in poco tempo.
Un nemico a noi sconosciuto, che ci ha colti impreparati, che ci ha tolto tutto: le nostre certezze, la nostra quotidianità.
Solo adesso riusciamo a sentire la mancanza delle piccole cose che prima ritenevamo poco importanti, ma che ora percepiamo come fondamentali, il contatto con le persone, per esempio.

Ci sentiamo maledettamente lontani e questa lontananza ci fa stare male. Mette in mostra le nostre debolezze e quanto, per noi, il contatto fisico sia importante, quanto sia più bello guardare i sorrisi delle persone che amiamo.
La quarantena ci ha costretti ad abituarci ad un nuovo stile di vita completamente diverso da quello che conosciamo.
Eppure, anche se recintati da guanti e mascherine, ci stiamo mostrando una nazione unita che non ha paura della minaccia che avanza inesorabilmente, che non ha paura di rinunciare a qualcosa oggi per poi essere ricompensati domani. Ci stiamo accorgendo di essere tutti, almeno per una volta, sulla stessa barca, che facciamo tutti parte di una grande nazione chiamata ITALIA. Ci siamo accorti che non importa a quale ceto sociale apparteniamo, poiché questo virus non guarda in faccia nessuno.
Ci siamo accorti di essere tutti uguali.
Le mie giornate passano lente, mi sembra quasi di essere chiusa in un bolla d’acqua.
Mi mancano gli abbracci dei miei amici, mi mancano i loro sorrisi, i loro occhi nei quali mi specchiavo.
Però, mi sono accorta di poter iniziare a coltivare nuove passioni, mi sono accorta che è in questi momenti che bisogna stare vicino alle persone che amiamo, anche se non fisicamente.

Mi sono accorta anche che io e mio fratello non possiamo stare nella stessa stanza per più di 3 ore consecutive.
Stando chiusa in casa ho imparato a conoscere di più me stessa, a scoprire lati di me che non avrei mai immaginato di possedere. Ho riscoperto l’amore per la lettura e per il disegno e mi sono cimentata anche nella scrittura. Ho iniziato a credere di star vivendo un film di cui non vedo l’ora di vedere il finale.
In questo momento io, tu, noi stiamo scrivendo la storia dell’Italia. La nostra storia.
Questo avvenimento, questa quarantena, ci segnerà per sempre e ci farà uscire come una nazione più unita e forte. Non importa quante conseguenze negative saremo obbligati a sopportare, tutto questo ci sta aiutando a capire che dietro ogni tempesta c’è sempre un arcobaleno pronto a sovrastare la precedente oscurità. Perché alla fine andrà tutto bene.

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