In questi mesi tutto il mondo si è trovato ad un affrontare un nuovo virus, il Covid-19, che ha creato molto scompiglio e un cambiamento radicale alla nostra normale vita quotidiana. I virus, in generale, presentano una struttura complessa: nella parte interna troviamo il DNA o l’RNA e gli acidi nucleici fondamentali. Nel caso del Covid-19 è presente l’RNA, a filamento singolo circolare. All’esterno troviamo il capside, ovvero l’involucro proteico, che protegge l’acido nucleico che, a sua volta, è protetto da un ulteriore rivestimento non sempre presente detto envelope o pericapside. Infine, in alcuni casi, come nel Covid-19, sono presenti delle glicoproteine esterne, che permettono l’attaccamento alla cellula e quindi alla diffusione del virus.
Il Covid-19 appartiene alla famiglia dei Coronavirus, un gruppo di virus a RNA di cui fanno parte anche SARS e MERS. I coronavirus sono presenti nei pipistrelli, dai quali il virus può passare anche ad altri mammiferi (lo zibetto nel caso della SARS e il dromedario nel caso della MERS). Questo «salto di specie» avviene grazie a una modifica nel patrimonio genetico del virus che lo rende in grado di infettare nuove specie animali, tra cui anche gli esseri umani. I virus a RNA hanno un tasso di mutazione molto elevato: quando duplica il suo genoma, il virus commette numerosi errori, producendo così genomi altamente variabili: nel caso del covid-19, uno studio sembra aver identificato l’origine del virus in un evento naturale di ricombinazione tra un coronavirus dei pipistrelli e un virus dei serpenti. Il focolaio dell’infezione sembra essere stato il mercato del pesce di Wuhan, invece la comparsa del primo caso di trasmissione secondaria in Italia, registrato all’Ospedale di Codogno il 18 febbraio 2020, ha segnato una svolta improvvisa nella gestione nel nostro Paese.

Dal 21 febbraio 2020 l’Italia è entrata nel vero e proprio apice dell’epidemia/pandemia, si è cercato a lungo il paziente zero senza risultati, infatti anche oggi la sua identità è sconosciuta. Nel frattempo l’eidemia si è diffusa in modo molto rapido in particolar modo nel Lodigiano in Lombardia, a Codogno, a Castiglione d’Adda e a Casalpusterlengo che sono stati dichiarati zona rossa. Fuori dalla Cina però i casi sono stati numerosi solo in Italia, Iran e Corea del Sud e di conseguenza per l’OMS il covid-19 non era ancora definibile con il termine “epidemia”. Nonostante ciò, a inizio marzo i contagiati sono aumentati in molti altri paesi europei e non. Il 4 marzo 2020 il Governo ha deciso di chiudere le scuole e le università in tutto il Paese fino al 15 marzo, anche se con un ulteriore DPCM si è deciso che gli studenti non concluderanno l’anno tra i banchi. Il 9 marzo 2020 Giuseppe Conte, il presidente del consiglio dei ministri, ha aumentato le restrizioni: i cittadini potevano uscire solo per fare la spesa, per esigenze lavorative e per esigenze mediche gravi. L’11 marzo 2020 l’OMS ha dichiarato la pandemia mondiale nella speranza di far mobilitare tutte le nazioni per contrastare il Coronavirus. Nei mesi successivi sono aumentate le misure di restrizione per far sì che si possa uscire il prima possibile da questa situazione. In seguito è iniziata la “fase due”, che prevede più libertà, ed anche se la situazione va migliorando lentamente non possiamo dire di essere fuori da questa emergenza in modo definitivo. Negli ultimi mesi i medici hanno lavorato sodo in cerca di una cura per il coronavirus: giorno dopo giorno si effettuano piccoli miglioramenti fino a che non si arriverà ad un vaccino che ci proteggerà da questo virus. I vaccini sono importanti perché permettono un’immunità attiva, attraverso la somministrazione di un preparato. Quest’ultimi sono costituiti da germi patogeni o tossine resi innocui attraverso dei trattamenti, ma ancora in grado di agire come antigeni, ossia che stimolano l’organismo a creare anticorpi in grado di alleviare la loro azione patogena. Questa situazione è molto simile alla peste del ‘600 raccontata nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
La parola peste deriva dal latino “pestis” ossia flagello, infatti i fattori che consentirono il suo sviluppo erano simili alla carestia generata dai mutamenti climatici e dai terreni rasi al suolo, alla guerra che con l’invasione dei popoli nemici favoriva il contagio, ai terremoti che con l’assestamento del terreno favorivano il movimento dei topi e di conseguenza questi portavano in giro il virus. Esistevano due tipi di peste: quella bubbonica, chiamata così per i bubboni che apparivano sul corpo delle persone infette, e quella quella polmonare, considerata come peste vera e propria che portava a sintomi come febbre molto alta, vomito, diarrea, scarica adrenalinica e dolori agli arti superiori e inferiori. Anche in questo caso apparivano dei bubboni sul corpo. Se questi si rompevano la situazione del malato migliorava gradualmente. La peste polmonare incarna in modo più realistico la situazione che stiamo vivendo oggi in tutto il mondo. Per guarire dalla peste c’erano due “cure” diverse: le sanguisughe o il medico del paese che cercava di fare un’incisione sui bubboni per far uscire il pus. In tempi di peste la popolazione aveva una paura inevitabile dei contagi e difatti gli individui infetti venivano abbandonati da tutti e lasciati al loro crudele destino, rinchiusi nei lazzaretti. A differenza loro, la nostra popolazione si è attrezzata per far sì che nessuno fosse abbandonato. Sono state imposte nuove regole verso la nostra igiene personale e non: lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con soluzione idroalcolica, evitare abbracci, strette di mano e contatti interpersonali: distanza di almeno un metro; starnutire e/o tossire in un fazzoletto di carta monouso e gettarlo immediatamente, poi lavare le mani, non toccare occhi, naso e bocca con le mani, non prendere farmaci antivirali e antibiotici, a meno che siano prescritti dal medico, pulire le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol, usare la mascherina per i vari spostamenti. Grazie a questi accorgimenti e ai decreti imposti dal Governo la nostra società è riuscita a lavorare al meglio per la risoluzione di questa situazione che ci ha sconvolto le vite in pochissimo tempo.
Il mio pensiero riguardo questa situazione è rivolto soprattutto al morale delle persone: dovremmo darci una mano in segno di aiuto in questo momento difficile per tutti, invece molte volte ci disprezziamo, troviamo pretesti per odiarci e separarci sempre di più, soprattutto nei momenti in cui la collaborazione è necessaria per risolvere le problematiche. Eppure la tenacia per affrontare insieme tutto questo c’è. Oggi la difficoltà maggiore appunto la percepiamo dalle strade deserte e negli occhi della gente ma principalmente nei nostri, colmi di tristezza e mancanza per le persone che ora non possiamo abbracciare, ma che rivedremo in un futuro non troppo lontano. È proprio in questa occasione che possiamo riflettere su ciò che sta accadendo, e soprattutto abbiamo la possibilità di dare il giusto valore alle cose che prima davamo per scontate. Tra le primissime abbiamo sicuramente l’istruzione e la scuola, la stessa che pochi mesi fa ci sembrava l’ultima cosa di cui potessimo sentire la mancanza. Eppure adesso vorremmo solo tornare alla solita routine, alla vista delle solite facce, al confronto con i professori e alle risate con i nostri compagni e amici. Poi daremo sicuramente più importanza alla salute, la libertà di poter passeggiare per strada senza avere paura, senza quelle mascherine prive di colore e vita, perché non la simboleggiano per nulla. Torneremo a tenerci per mano e ad affrontare le difficoltà insieme.
Non può mancare infine l’amicizia, la famiglia e l’amore, le belle serate passate a condividere dei pezzi fondamentali della nostra vita. Si tratta di un’emergenza globale, ma se riusciremo a collaborare nella speranza di poterne uscire insieme, potremo nuovamente tenerci “stretti in un abbraccio”. Dobbiamo solamente avere più coraggio e prendere posizione, decidere di sacrificare queste belle giornate primaverili per la sicurezza di tutti. L’Italia sta lavorando per un futuro migliore, e  nonostante non fossimo preparati a questo. Ci fermiamo oggi per vivere al meglio ogni cosa domani, perché a differenza delle persone del ‘600 noi siamo in contatto, abbiamo i mezzi per vincere questa battaglia. Sono certa che la vinceremo.

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