Le analogie tra il nuovo coronavirus, che in Italia ha colpito particolarmente il Nord, e la peste del 1630 sono sorprendenti, specialmente parlando di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, che sono divenute simboli di una schiacciante memoria storico-epidemica.

Negli anni ’30 del XVII secolo queste regioni furono teatro della devastazione e dello spopolamento causato dalla peste nelle città di Milano, Bergamo, Como, Venezia, Padova, Verona, Bologna, Parma, Modena e Firenze.

C’è da aggiungere che queste tre regioni, oggi come nel ‘600, sono le più produttive d’Italia: al loro interno si ottiene il 40% del PIL nazionale e di conseguenza sono predisposte a un maggior numero di scambi con il resto del mondo.

Questo parallelismo, tra la peste e il coronavirus, però, non è basato su dati scientifici, bensì su delle riflessioni di molti storici ed economisti riguardanti i “cicli”, che sarebbero la spiegazione del perché da sempre nella storia si è assistito a situazioni che hanno ricordato precedenti periodi storici, seppur in forme diverse, con strumenti adeguati al periodo attuale. L’unione di questi fattori ha portato l’uomo a ritrovarsi di fronte a manifestazioni, situazioni politiche, economiche, culturali, ma anche epidemie, che ricordavano, come in un ciclo, che si stesse per concludere un girone e il nuovo stesse per giungere.

Origine e diffusione:

Entrambe le epidemie non sono nate sul territorio Italiano, ma sono state “importate”.

Per quanto riguarda l’origine della peste manzoniana nel nostro Stato, possiamo collocarla negli ultimi mesi del 1629 con il passaggio delle truppe tedesche, i cui i soldati chiamati “lanzichenecchi, sono penetrati dalla Valtellina e si sono diretti a Mantova, assoldati dal ducato di Venezia per questioni belliche imprescindibili; in altre parole, vincere la guerra di successione al trono del ducato di Mantova e successivamente estenderne il territorio.

Dopo il loro passaggio, innumerevoli casi di peste furono riscontrati nei territori percorsi e il famoso medico Ludovico Settala, che aveva già assistito alla peste del 1576, avvisò il Tribunale di Sanità che essa si stava diffondendo nel territorio di Lecco, vicino al bergamasco, a causa della mancanza di provvedimenti.

Un lanzichenecco

Data la poca precisione delle fonti non si sa quale sia il vero nome del paziente 0, per questo si parla sia di Antonio Lovatosia di Pier Paolo Locati, un soldato entrato a Milano con un fagotto di vesti comprate dai fanti tedeschi, che, ammalatosi, morì dopo tre giorni nell’ospedale in cui era ricoverato. Sul corpo, in particolar modo sotto l’ascella, fu trovato un bubbone, segno inconfondibile della peste. A questo punto il Tribunale di Sanità ordinò di bruciare tutte le sue suppellettili e di internare al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui, anche se questo rallentò e non impedì la diffusione del morbo.

Anche nel ‘600, quindi, cercarono di individuare un “paziente 0”, mettendo in quarantena tutti coloro che ne fossero venuti a contatto.

Per il nuovo coronavirus, invece, essere sicuri dell’origine non è ancora possibile, sebbene gli scienziati stiano cercando di identificare la fonte dell’infezione. È stato ipotizzato che il SARS-coV-2, coronavirus del 2003, abbia infettato l’umano attraverso  lo “spill over” o “salto di specie” dal mondo animale, in particolare dai pipistrelli, passando a sua volta da un altro di questi, un serpente o forse un pangolino. 

La prima segnalazione si ha a Wuhan, in Cina (che oggi conta più di 80.000 infetti) nel dicembre del 2019.
Il virus viene importato in Italia da un “paziente 0”. La 
diffusione di quest’ultimo nel resto del mondo può essere dovuta agli spostamenti, sia umani che di merci, molto più veloci nei nostri tempi.

Atteggiamento assunto dalla popolazione:

Nel primo periodo del contagio entrambe le epidemie non sono state prese seriamente dalla popolazione, che nel ‘600 contravvenne sia alle norme di buon senso, sia a quelle dei medici, nascondendo i malati in casa, tentando la fuga dalle zone protette, rifiutando l’isolamento con la conseguente esigenza, soprattutto giovanile, di aggregazione e portando avanti un comportamento di superficialità e presunzione d’invulnerabilità alla malattia.                                                                                     

Il popolo mostrò così una scarsa cura delle conseguenze, persino credendo che le regole venissero imposte a discapito di qualcuno.


Carro con una famiglia morta di peste

Iniziò a diffondersi il pensiero che la peste fosse uno strumento creato per generare profitti ai sanitari coinvolti, come i monatti, oppure una vendetta di qualche illustre personaggio. In molti iniziarono addirittura ad avere un atteggiamento negazionista nei confronti della legge, ma tutti i dubbi furono sciolti dopo la famosa e macabra sfilata del carro con sopra i cadaveri di un’intera famiglia morta a causa della peste.

Un’altra delle tante credenze descritte da Manzoni riguarda poi gli untori.
Manzoni racconta la vicenda di Renzo che, tornato per la seconda volta a Milano durante il periodo della peste, apprende che Lucia è stata portata al lazzaretto, e disperato, afferra il martello della porta con l’intenzione di bussare. Proprio in quel momento una donna lo scambia per un untore che cerca di spargere unguenti pestiferi sull’uscio
della porta e inizia a richiamare l’attenzione fino a quando Renzo si ritrova accerchiato da una piccola folla inferocita dalla quale, per coraggio e destrezza, riuscirà a sfuggire.                                                                             

Gli untori, quindi, erano uomini, solitamente stranieri, accusati di spargere appositamente unguenti per propagare la peste e tale diceria veniva confermata da molti “dotti” dell’epoca.

Per quanto riguarda il nostro comportamento ai tempi del coronavirus, parlando dell’Italia, è stato molto simile a quello di oltre 350 anni fa. Nelle prime settimane non si è data abbastanza importanza a ciò che stava per succedere, considerando il virus una realtà molto lontana e arrivando persino a definirlo una semplice influenza; in modo simile nel XVII secolo, vi è stato un rifiuto dell’isolamento, soprattutto dei giovani, oppure una fuga dalle regioni del nord verso il sud, le rivolte nelle carceri.

Non si può pensare, inoltre, che nel 2020, pur avendo davanti un resoconto di laboratorio, qualcuno creda ancora che sia tutto un complotto: “Il coronavirus fa parte di un piano per governare il mondo”, “il coronavirus è stato introdotto dagli americani”, “il coronavirus è un arma biologica” ecc., bisogna ricordare che 400 anni fa si era sviluppata la caccia agli untori e oggi sta accadendo lo stesso.

Ai tempi dei social, che all’epoca della peste manzoniana non esistevano, molte sono le persone famose che hanno lanciato una nuova campagna con il famoso hashtag #iorestoacasa. Da Jovanotti a Fiorello, Chiara Ferragni, Ligabue, Cristiana Capotondi, Tiziano Ferro, Maria Grazia Cucinotta, Paolo Sorrentino, Antonella Clerici, Paola Turci, i Pinguini Tattici Nucleari, Barbara Foria. E poi Amadeus, Carlo Conti e Mara Venier.                                                                                                                                      Jovanotti, per esempio, dice:

“Stiamo a casa il tempo necessario perché questa crisi si risolva, ascoltiamo gli esperti, seguiamo le direttive. Non c’è scuola non perché sia vacanza, ma perché c’è un’emergenza che riguarda tutti. Dobbiamo fermare il contagio, ognuno faccia la sua parte, non possiamo mandare in crisi il sistema sanitario, stiamo a casa”.

E sono stati in molti a inviare appelli di questo tipo, rivolti a tutti, nessuno escluso, ma prestando una particolare attenzione ai giovani, a coloro che hanno maggiore difficoltà a capire la gravità della situazione e che talvolta ascoltano più i loro idoli piuttosto che i decreti del governo.

Oltre all’hashtag, molti personaggi famosi hanno iniziato a promuovere fondi di beneficenza per aiutare gli ospedali, riuscendo addirittura a raccogliere molte migliaia di euro.

Anche il mondo dello sport si è mosso, ne sono un esempio lo spot in televisione dove famosi sportivi si afferrano per mano virtualmente, senza uscire di casa, oppure i tifosi dell’Atalanta che hanno devoluto i 40.000 euro dei loro biglietti della partita giocata a porte chiuse all’ospedale di Bergamo.

Si potrebbe azzardare un paragone tra questi personaggi e i frati cappuccini del ‘600 che misero a disposizione ciò che avevano per aiutare gli ospedali e non mandare in crisi il sistema sanitario.

Atteggiamento assunto dalla classe politica

La peste si propagò facilmente anche grazie allo stato di estrema povertà in cui il popolo si trovava dopo due anni di carestia, diversi movimenti di truppe e saccheggi avvenuti a causa della guerra per la successione di Mantova: ci si trovava in un periodo di tensione politica

Per quanto riguarda la politica del 1630, essa, come noi oggi, sottovalutò la gravità della situazione: sulle prime, le autorità (e lo stesso governatore milanese: don Gonzalo Fernandez de Cordoba II) permisero la celebrazione della nascita del figlio di Filippo IV, naturalmente senza alcun timore che il concorso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni pone l’attenzione sul modo in cui le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse all’interno della città.

Quando nel 1630 la peste iniziò a fare vittime in ogni angolo della città, i frati cappuccini, con a capo padre Felice Casati, iniziarono ad accudire i malati. Furono i cappuccini a supplicare le autorità cittadine di prendere le dovuto misure per evitare che il morbo si diffondesse ancora di più.

La processione dell’11 giugno 1630

Il continuo aumento dei decessi e l’infuriare senza tregua del morbo spinsero i decurioni a chiedere al cardinal Borromeo di svolgere una processione per le strade, in cui fosse esposto il cadavere di S. Carlo e si invocasse così il soccorso divino per rimediare alla terribile situazione in cui si trovava la popolazione. Dopo un po’ di tempo il cardinale cedette e organizzò la processione per l’11 giugno. Il Tribunale di Sanità non si oppose, dimostrando, un’altra volta, l’incompetenza delle autorità cittadine. La processione si svolse e passò per tutti i quartieri di Milano. Il giorno seguente, tuttavia, i decessi aumentarono in maniera smisurata a causa del moltiplicarsi dei contatti fra le persone radunate in strada.

Per quanto riguarda il periodo che stiamo vivendo oggi, come in passato, l’iniziale atteggiamento assunto dalla classe politica del tutto inadeguato. Il tutto è stato poi aggravato dal fatto che chi era al potere, dopo aver capito di aver generato panico e aver affermato e diffuso notizie non fondate non ha ancora ammesso di essere stato precipitoso e poco prudente. A partire da Renzi, Salvini, Giorgia Meloni e per finire con lo stesso Conte, che in un primo momento minimizzava il rischio di contagio e ora è corso ai ripari, promulgando diversi decreti che contengono misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 applicabili sull’intero territorio nazionale.

Nei vari decreti attuati è presente l’obbligo dei cittadini a non uscire di casa se non per spostamenti indispensabili e di prima necessità: tutta Italia è divenuta zona rossa.
Sotto questo aspetto 
le autorità si sono mosse da subito al fine di far rispettare a tutto quando stabilito dal Governo, arrivando ad una quota di 7.000 denunce per falsa testimonianza. Da subito vi è stata anche la chiusura di poli fieristici, scuole e cerimonie religiose, mentre, al contrario, nel ‘600, in piena epidemia, fu svolta una vera e propria processione.

Pensiero personale:

Penso che il periodo storico che stiamo vivendo, che sarà sicuramente raccontato nei libri di storia futuri, sia la conclusione di un ciclo, ovvero la fase finale di tutto ciò che si è vissuto negli ultimi tempi, a partire dalla crisi economica, il rischio di una terza guerra mondiale, per finire con questa epidemia, ormai divenuta una vera e propria “pandemia”.                                                                                                                                                      Manzoni fa emergere la peste come un simbolo del male che deve spingerci a riflettere e a impegnarci per costruire un mondo migliore e credo che dobbiamo prendere la stessa direzione anche lo stesso coronavirus.                                   Angelo Stella, presidente del Consiglio direttivo del Centro Nazionale di Studi Manzoniani, dice:

“ne usciremo solo se riusciremo ad uscirne migliori”

Sono convinta che è proprio questo che dobbiamo fare, senza ripetere gli errori del passato che ci hanno portato, ancora una volta, a vivere questa situazione.

Ne usciremo vincitori, cambiati e con una mentalità del tutto nuova, ma “andrà tutto bene”, ne sono sicura! 

Sapa Alessia 2^F

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