Questo articolo propone un resoconto delle presunte trattative svoltesi a Mosca tra alcuni emissari della Lega ed esponenti del Kremlino basandosi su informazioni ricavate da diverse testate giornalistiche al fine di offrire una visione di insieme dei fatti e del contesto in cui si collocano. La vicenda, trattata sporadicamente e generalmente in modo confuso, merita una sintesi che tenga in considerazione della complessità degli antefatti che ne sono stati causa e che permetta di comprenderne la gravità.

Matteo Salvini, leader della Lega, ex ministro dell’interno ed ex vicepresidente del consiglio dei ministri italiano, è il personaggio politico di maggior spicco tra i sovranisti europei di destra. Nel corso dei quasi 13 mesi del primo “governo Conte”, il consenso della Lega è esponenzialmente cresciuto passando dal 18% circa delle elezioni politiche del 4 Marzo 2018 al 32% stimato dai sondaggi dell’istituto nazionale di ricerche ‘Demopolis’, a fine Ottobre 2019. Questo rende il partito di Salvini uno dei partiti populistico-sovranisti europei con il più alto consenso elettorale. 

Un’inchiesta pubblicata dal settimanale ‘L’Espresso’ il 21 Febbraio 2019 ha portato alla luce l’esistenza di una trattativa tra alcuni stretti collaboratori di Salvini e personaggi molto vicini ai vertici del Kremlino, presumibilmente finalizzata al finanziamento della campagna elettorale della Lega in vista delle elezioni europee tenutesi in Italia nel Maggio scorso. Quanto emerso dall’inchiesta è stato approfondito dalla pubblicazione da parte del sito statunitense ‘Buzzfeed news’ di registrazioni audio che hanno reso possibile una decodifica più dettagliata delle conversazioni tra le parti coinvolte nella “trattativa del Metropol”. I risultati della trattativa, la realizzazione di quanto pattuito, le eventuali modalità attuative e l’effettiva fruizione da parte della Lega dei finanziamenti russi è tuttora impossibile da dimostrare con certezza, tuttavia la procura di Milano ha aperto un’indagine per corruzione internazionale il cui indagato principale è Gianluca Savoini. La legge italiana, al momento delle trattative, stabiliva che partiti politici, fondazioni e associazioni potessero beneficiare di finanziamenti da parte di enti esteri sia pubblici che privati. La materia fu ritrattata nel gennaio 2019 con il ‘Decreto spazzacorrotti’ che sanciva la totale illegalità dei finanziamenti di tale natura ed infine “ammorbidita”, nell’Aprile 2019, dal ‘Decreto Crescita’ con il quale la proibizione di finanziamenti è stata circoscritta ai soli partiti politici. Tuttavia, dato il farraginoso apparato di controllo delle attività finanziarie dei partiti nello Stato italiano, risulta sostanzialmente impossibile verificare con certezza che i partiti non vengano sovvenzionati tramite fondi provenienti da fondazioni o associazioni beneficiarie di finanziamenti esteri. È significativo, ai fini di un’articolata comprensione della questione presentare il precedentemente citato Gianluca Savoini: ex portavoce di Matteo Salvini e presidente dell’associazione ‘Lombardia Russia’, organizzazione che promuove un filone di pensiero religioso ultraconservatore ed elogia il sovranismo, è da tempo il trait-d’union tra la Lega e la Russia; presente a quasi tutte le numerose visite del leader della Lega nella federazione, Savoini ha stretto legami con personaggi vicini a Putin. Primo fra tutti i suoi contatti è Aleksandr Dugin, filosofo fautore di ideologie antioccidentali e antidemocratiche, nominato presidente onorario dell’associazione ‘Piemonte Russia’ (analoga a quella rappresentata da Savoini). Dugin è impegnato nella redazione di una rubrica per il “centro analitico” Katheon, sito internet di proprietà dell’oligarca russo Konstantin Valerevich Malofeev, che diffonde il conservatorismo sovranista in tutta Europa. Per la piattaforma scrivono esponenti dell’estrema destra di tutto il Vecchio continente come Marin Le Pen, francese del Front National e Alessandro Fiore, figlio di Roberto, leader del partito neofascista Casa Pound, nonché lo stesso Savoini.

Titolare di un impero economico miliardario, l’oligarca Malofeev sostiene la necessità di instaurare un regime neozarista con Putin al comando e patrocina la modificazione della geopolitica europea con la trasformazione della federazione nella forza egemone nell’ambito europeo. Malofeev si è schierato a favore della guerra per la conquista della Crimea, della quale, insieme alla guerra del Donbass è sospettato di essere finanziatore, motivo per cui è stato inserito nella black list del Tesoro di Stato statunitense e del Consiglio d’Europa. I contatti del miliardario con i sovranisti europei vanno però ben oltre la propaganda ultraconservatrice. Come rivelato dal giornale francese Mediapart, nel 2015 Malofeev avrebbe contribuito ad agevolare un prestito da 9 milioni di euro al partito di Marine Le Pen tramite la banca First Czech Russian Bank, controllata dalla federazione russa e un ulteriore prestito di 2 milioni tramite una società di Cipro.

Ad ogni modo, la connessione più diretta tra Savoini e Maloofev consiste in una trattativa con offerta commerciale risalente al luglio del 2018, inviata dalla Avangard oil & gas (azienda petrolifera di proprietà del magnate) allo stesso Savoini per la vendita di un quantitativo di gasolio, fatto che presumibilmente ha costituito il preludio delle trattative del Metropol. I legami della Lega con Mosca non finiscono qui: altro fondamentale “ponte” tra Lega, Salvini e Maloofev è Alexey Komov, grande amico di Malofeev e suo collaboratore nella ‘San Basilio’, la più grande fondazione russa finanziata da fondi privati. 

Komov è l’ambasciatore russo del ‘World Congress of Families’, associazione internazionale nata in Russia che contrasta fortemente l’aborto, i diritti di emancipazione delle donne e nega il diritto all’omosessualità. Nel 2014, il ‘Southern Poverty Law Center’, l’organizzazione legale americana, senza fini di lucro, impegnata da decenni nella tutela dei diritti delle persone,  ha incluso il World congress of Families nella lista dei gruppi d’odio in seguito al sostegno dell’organizzazione alla legge russa sulla “propaganda gay” del 2013 e all’atto legislativo che criminalizzò l’omosessualità in Uganda.

Alcuni tra i relatori del WCF sono responsabili delle campagne d’odio e di silenzio che hanno facilitato la reclusione e la tortura di centinaia di persone appartenenti alla comunità LGBT+ in Cecenia. La XIII edizione dell’evento si è tenuta a Verona dal 29 al 31 Marzo scorso, sotto l’egida della Lega che lo ha patrocinato attraverso l’allora ministro per la famiglia e la disabilità Lorenzo Fontana, il presidente della regione Veneto Luca Zaia, il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e il presidente della provincia di Verona Manuel Scalzotto. Salvini e molti altri esponenti della Lega sono intervenuti direttamente sul palco del WCF di Verona. I legami della Lega con Komov, tuttavia, risalgono ad un periodo ben precedente al WCF: infatti egli era presente già nel 2013 alla cerimonia organizzata per l’elezione del neo-segretario della Lega Nord Matteo Salvini a Torino. Le aspre e univoche critiche del segretario leghista e del suo partito nei confronti delle politiche sanzionatorie di molti Paesi europei nei confronti della Russia possono pertanto essere lette in un’evidente struttura di interessi propagandistico-ideologici finalizzati a scopi elettorali. È in questo intricato quadro di rapporti non del tutto cristallini che si sarebbero svolte le trattative per il maxi finanziamento della Lega.

Durante una visita in veste di rappresentate del Governo italiano svoltasi tra il 17 e il 18 Ottobre 2018 a Mosca, nonostante la sua agenda ufficiale terminasse con l’incontro organizzato da Confindustria Russia presso il Lotte hotel, stando alle dichiarazioni di alcuni uomini a lui molto vicini, Matteo Salvini avrebbe successivamente partecipato ad un incontro con il vicepresidente Russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, presso la casa dell’influente avvocato moscovita Vladimir Pligin. Il giorno seguente, presso lo sfarzoso e centralissimo hotel Metropol, è stato documentato lo svolgimento di trattative volte al presunto finanziamento della campagna elettorale della Lega per le elezioni europee. Al tavolo delle trattative erano presenti Gianluca Savoini, Ylia Andreevich Yakunin, manager vicino all’avvocato Pligin che la sera prima aveva ospitato l’incontro Salvini-Kozak, Gianluca Meranda, avvocato italiano esperto di diritto internazionale, Francesco Vannucci, ex sindacalista della Cisl che ha militato nella DL, ovvero il partito di stampo riformista europeo, ed infine un traduttore russo.

Dopo l’iniziale elogio da parte di Savoini della politica sovranista di Matteo Salvini e l’esplicitazione del disegno politico leghista per una nuova Europa che << deve essere vicina alla Russia>> e che non dovrebbe dipendere dalle <<scelte di illuminati a Bruxelles o in U.S.A>>, hanno avuto inizio le trattative pratiche dell’accordo. In sostanza, una compagnia energetica di stato russa, presumibilmente la Rosneft, avrebbe dovuto fornire 3 milioni di tonnellate di diesel e carburante per aerei all’azienda energetica italiana Eni, con uno sconto minimo del 4% sul prezzo Platts, il principale riferimento nello stabilimento del prezzo nel settore della compravendita di alcuni combustibili fossili e dei loro derivati raffinati. Su proposta dei russi questa percentuale si sarebbe alzata fino al 6%, concordando la restituzione dell’ammontare dello sconto aggiunto in un secondo momento. La percentuale di sconto pattuita, considerando il valore totale della partita di carburante che ammontava a circa 1,5 miliardi di dollari americani, avrebbe costituito un’agevolazione compresa tra i 60 e i 90 milioni di dollari che sarebbero potuti confluire nelle casse della Lega. La vendita della partita sarebbe passata attraverso uno o più intermediari europei e/o russi, ai quali la società fornitrice avrebbe applicato lo sconto pattuito. L’ammontare della deduzione sarebbe poi andata a rifocillare segretamente i fondi del partito di Salvini tramite ulteriori intermediari. Altri documenti, successivamente reperiti dai giornalisti dell’Espresso, autori della prima inchiesta e pubblicati in un articolo del 18 Luglio 2019, potrebbero dimostrare la prosecuzione delle trattative iniziate nell’Ottobre 2018 sino al Febbraio scorso. Il processo a carico di Gianluca Savoini è tuttora in corso e Matteo Salvini si è rifiutato di rispondere ai numerosi appelli rivoltigli dalle istituzioni italiane in merito ai fatti non presentandosi a riferire in Parlamento e negando o ridicolizzando ripetutamente gli eventi di fronte alla stampa.

L’atteggiamento di Salvini e della Lega nei confronti dello Stato italiano e dei suoi cittadini sono di gravità inaudita, ma è ulteriormente grave la risposta dell’opinione pubblica e dei media ai fatti. Il silenzio mediatico e il disinteresse generalizzato sono un preoccupante segnale di un dibattito pubblico assorbito dal dominio dell’hic et nunc delle breaking news.

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