Unione Europea: conoscere per partecipare

Pubblicato da Redazione PartitaTripla il

Domenica alcuni di voi andranno a votare per eleggere il Parlamento europeo. Ecco una riflessione di Camilla, che sottolinea l’importanza della conoscenza per poter permettere all’Unione Europea di proteggerci.

L’estate scorsa ho aperto un libro. Dico “ho aperto” perché quel libro l’ho mollato dopo la prima frase. Eppure quella prima frase mi è rimasta impressa nel cervello.

“Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morrò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.”

Ovviamente adesso me la sono copiata per bene da Wikiquote e credo che chiunque leggendola capisca perché io abbia mollato il libro subito. Magari un giorno lo riprenderò in mano e lo leggerò tutto d’un fiato, ma non è questo il giorno. E non è questo il punto.

Il punto è che tante tante volte, nell’ultimo periodo, mi è capitato di ripensare a quella frase.

E tante tante volte mi sono rivista in quelle parole, in una me stessa che però si diceva “Nacqui italiana l’11 novembre 2000 e grazie al cielo morirò Europea, il quando non lo so.”

Non è questione di idee politiche.

È qualcosa di estremamente enorme e talmente complicato che a volte, lo riconosco, fa paura.

In una discussione una volta sono finita a dire “Tutto è politica”.
Per questo a volte pensarci fa paura.

Perché politica non è questione di simpatia. Non è questione solo di partiti. Di ideologie.
Tutto quello che ci circonda è politica.

Fare politica non significa indossare una cravatta e dire parole incomprensibili. Fare politica non significa altro che partecipare, essere attivi all’interno di una società, di una relazione, di una “polis”.
Chi di noi può dire di non essere mai entrato in relazione con nessuno?

Dal 1992, che ci piaccia o no, la nostra partecipazione, la nostra piccola polis da amministrare, è diventata anche l’Europa. Per questo l’Europa ci riguarda.
La nostra lingua, la nostra pizza, la pasta e la cultura che difendiamo con tanto orgoglio sono Europa.

L’Europa ci ha permesso di crearci come nazione, la Grande Guerra che abbiamo combattuto contro l’Europa ci ha fatto scoprire chi siamo.

Forse è il caso di ricordarci che non sapevamo di essere italiani fino a quando non abbiamo incontrato un altro italiano a Caporetto.
E poco più di cento anni fa.

Lì abbiamo capito cosa fosse l’Italia. Lì abbiamo scoperto che questo stivale ha qualcosa da condividere con se stesso. Che non potevamo rimanere soli come nord, come sud, che non potevamo rimanere soli come Italia.

Lì abbiamo scoperto che per non tornarci, lì, tra quelle trincee a spararci per mezzo metro di terra, c’era bisogno di conoscersi. Di parlare e mettere insieme.

C’era bisogno di creare un’Unione che trova la sua forza nelle differenze, in quelle diverse tradizioni e culture che per 1945 anni di Storia avevamo sempre combattuto.

Ci siamo detti che non aveva senso rimanere nel nulla, come dei cucù. Eravamo tutti Stati troppo piccoli e indifesi di fronte a quei colossi che stavano diventando gli americani.

Ormai era tutto nelle mani delle strisce e delle stelle, il nostro destino era tutto per loro.

C’era bisogno, insieme, di creare un modo per proteggere la nostra economia, lasciando aperta la cultura. Perché con una guerra mondiale ci siamo conosciuti come Nazione, ma per una volta abbiamo avuto il coraggio di non fare una guerra per creare l’Unione Europea.

L’Europa, prima di tutto, ci ha garantito il più lungo periodo di pace della nostra Storia.

Per questo davanti alla parola “nazione” urlata con forte senso patriottico storcerò sempre il naso. Perché a quella parola corrisponde sempre del sangue, spari, guerra e altre cose necessarie alla Storia, ma non all’umanità.

Ed è per questo ho il terrore dei nazionalismi, di tutte quelle volte in cui ci vogliamo sentire superiori.
Noi, con i nostri sessanta milioni e mezzo di abitanti e la nostra incapacità di affrontare una crisi economica da soli, come è successo nel 2008, noi che urliamo al mondo di quanto siamo fighi, di quanto sappiamo fare le cose bene solo noi, di quanto rilanceremo l’economia, manco fossimo i più grandi esperti di stabilità di mercato. Appunto.

Parliamo tanto di globalizzazione, a cosa serve esaltare dei confini che ormai non esistono più?
Nazione. Italia. Prima noi.
Quelle linee che ci siamo inventati anni fa per dividerci, sono forse la cosa più sopravvalutata di tutta la Storia.

Ci siamo uccisi per loro che non esistono nella realtà, ci siamo letteralmente sterminati per delle cagate del genere.

Che senso ha continuare a ricordare la loro esistenza? Che senso ha esaltare quanto siamo italiani e dare la colpa di tutti i nostri problemi all’Europa?

La colpa. Il capro espiatorio. L’abbiamo fatto con il sud, ora con gli immigrati, poi con l’Europa.

Perché non capiamo che essere europei non significa non essere italiani. Essere italiani non significa dover ogni giorno insultare l’Europa, diffondere notizie false sulla Francia o pubblicare foto di cosa si sta mangiando. Ed essere europei significa invece essere protetti. Significa, se non ce ne siamo ancora accorti, aver avuto per la prima volta settant’anni di pace.

Cosa sarebbe l’Italia sola contro l’America? Contro la Cina?

Pensiamo invece a cosa sia l’Europa contro l’America. Contro la Cina.
L’euro è la seconda moneta più forte del mondo.

Capiamoci. È vero che questa Unione ha fatto e fa tanti errori, ma forse neanche noi sappiamo farci ascoltare, in modo da poter risolvere i problemi.

Per poter far sentire la propria voce, forse, bisognerebbe prima sentirsi in una relazione tra pari.
Farsi degli amici, dei sostenitori, non affrontare a mani nude, da soli, il “nemico”. Essere in grado di avere un confronto, una bella discussione.

Ma mi dispiace dire che se chi abbiamo davanti ha studiato e fatto duemila anni di gavetta per avere la posizione che occupa ora, mentre noi non abbiamo neanche una Laurea, è difficile avere una relazione tra pari.
E allora per essere ascoltati alziamo la voce, facciamo i “duri”.

I futuristi cento anni fa urlavano frasi per scatenare risse, per portare a rabbia estrema, a violenza. Gli slogan, le frasi fatte, prive di qualsiasi tipo di fonte o argomentazione portano alla stessa cosa.

Ci siamo dimenticati che la Storia si ripete sempre e non insegna niente.

La letteratura dovrebbe insegnarci qualcosa, forse.

1984, Orwell. Non è un caso che la neolingua creata dal Partito sia la lingua più povera del mondo, senza sfumature, senza possibilità di esprimere nulla che non sia l’essenziale.

Perché è in realtà la lingua, la lingua vera, ad essere essenziale. È essenziale ogni singola parte di significato che possiamo esprimere. Se non c’è quella non si può pensare di poter comunicare, avere un dialogo.

Chiediamoci davvero perché chi ha un’economia e un welfare invidiabili siano proprio quegli Stati che hanno il più alto livello di inglese parlato. Quella è la nostra lingua comune di europei. L’italiano che voleva Manzoni, il volgare che ha cercato Dante erano per questo, per unire.

L’inglese di oggi è quell’italiano, dovremmo averlo capito. L’inglese è quella lingua che per puro caso, nessuno dei nostri rappresentanti conosce, se non per quel poco che serve per fare un discorso che in qualche modo sia comprensibile. Senza sfumature di significato, senza niente di più.

Non solo non avremo mai una relazione tra pari, ma avremo difficoltà persino a capire e farci capire.

L’identità di Nazione è nata nel Novecento, quando sono comparsi i primi passaporti, i primi documenti e il mondo si è diviso in compatrioti e stranieri.

Prima, l’essere “Nazione” era completamente diverso. Mia nonna mi raccontava che non aveva idea di cosa succedesse al di fuori di Inzago, durante la guerra. E che lei non sapeva neanche l’italiano. Parlava dialetto.

Ancora una volta è la lingua ad essere ciò che permette di costruire ponti, relazioni basate sulla verità e su uno scambio reciproco.

Ma se non sappiamo quella lingua, se non riusciamo ad argomentare, a spiegare, a spiegarci, perché un discorso lungo richiede l’utilizzo di parole in un inglese che non conosciamo, non potremo mai chiedere uno scambio.

Esattamente come quando mia nonna parla con mio papà, io mi sento tagliata fuori. Perché loro parlano in dialetto e io il dialetto non lo so. Ma sono io che non mi adatto, non sono loro il problema.

Ed è facile dare la colpa a loro. È troppo facile.

Ma senza pretendere troppo, potremmo partire dalla nostra lingua.

Democrazia, per esempio, per la nostra lingua significa governo del popolo.
È il popolo che si mette al servizio di se stesso.
Ma alla base del servizio, dell’amministrazione e della partecipazione c’è davvero una sola cosa: la conoscenza.

Meno conosciamo, più sarà facile convincerci che sia normale. Che la nostra vita sia normale. Che la politica, qualunque essa sia, sia normale. Che interessarsi non serve. Che va bene tutto, che loro sono i ricchi che fanno quello che vogliono e noi possiamo solo lamentarcene a casa nostra. Che ministro è sempre un tipo in giacca e cravatta con tanti soldi.

E non sapremo mai che ministro, “ministrum” dovrebbe essere un servo.

Per cui studiate, studiamo, per favore, fino allo sfinimento. E dopo aver studiato, è bello farsi un’opinione, anche contraria alla mia. Vi prego.

Camilla Ronchi


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