Odessa: sopravvivere nei tombini

Pubblicato da Nadine Di Cio il

Odessa, Ucraina: migliaia di giovani vivono in un vero e proprio regno dell’ombra. La testimonianza fittizia di questo ragazzo ci ricorda l’importanza di poter scegliere il nostro futuro.

Il racconto si ispira a questo video: https://youtu.be/m-ie2WOBI_g

Forse avrei dovuto pensarci prima. Prima di tutto questo. Prima che arrivasse l’attimo che precede la morte. Avrei dovuto pensare ad una strada migliore rispetto a quella che ho scelto per il mio futuro. Per modo di dire, perché questo non è futuro. Non è futuro se a diciassette anni attendi di morire.

Non è futuro se non hai il diritto di crescere e di vivere come tutti gli altri. Non è futuro se non puoi maturare studiando, se devi scappare da tutti per vivere. Anzi, non è nemmeno vivere, è più un sopravvivere.
Venni qua a tredici anni, dopo che ne passai tre a vagabondare per le campagne.

All’inizio stavo più che altro attorno a casa e ogni tanto mi sdraiavo sul tetto di lamiera ad ascoltare le grida ubriache dei miei genitori. Era come osservare la mia vita da fuori, esternarsi dal proprio corpo per poi però rimanergli accanto. Fu così che mi resi conto di quanto fosse inutile rimanere lì.

Mia madre dava la colpa a mio padre per la mia assenza e mio padre dava la colpa a lei, ma nessuno dei due era mai uscito a cercarmi o aveva mai denunciato la mia scomparsa.
Un pomeriggio dopo aver ascoltato per l’ennesima volta tutto ciò scesi dal tetto e mi affacciai alla finestra della cucina. Era da lì che provenivano le voci e sono certo che mia madre mi abbia visto. Sono certo che per un attimo, quando ha incrociato i miei occhi, abbia pensato che avrebbe potuto fare di meglio per assicurarmi un vero futuro, ma non è stato così.
Me ne andai correndo finché non raggiunsi Odessa, una città a pochi chilometri da casa mia. Scoprii che qui ci vivevano tanti altri ragazzi come me, senza una famiglia, senza un futuro e senza una speranza.
Questi ragazzi in inverno stavano nei tombini, così grazie ai tubi si potevano riscaldare dal freddo pungente, mentre in estate salivano sui tetti dei garage cercando di non essere scoperti. Mi unii a loro e ben presto mi accorsi che era una vita piuttosto difficile: dovevamo guardarci le spalle costantemente, scappare dai malintenzionati e trovare cibo e riparo ogni giorno.
Oggi ci sarebbe stata una festa in centro: la facevano ogni cinque anni e avevo tanta voglia di andarci per distrarmi un po’, ma quando mi sono svegliato mi sono accorto che il tombino era stato sigillato. Probabilmente non volevano che i turisti avessero a che fare con i topi.

Nadine Di Cio, 4A LES


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