“Amplifon!”

Pubblicato da Camilla Ronchi il

Gli apparecchi acustici sono dei cosi che si infilano nelle orecchie quando si sente un po’ meno della norma e permettono di sentire come tutti gli altri. Niente di più.

Eppure quando arriva il momento, dire di portarli provoca sempre stupore. Per questo, forse, è il caso di spiegare. Parlare. E continuare a urlare “Amplifon!”

Porto gli apparecchi acustici da non so quanto tempo, forse da quando avevo tre o quattro anni.

Ho avuto la varicella. Un giorno, poi, a un tratto, mia mamma inizia a chiamarmi e io non rispondo. Mi chiama, urla tanto, insistentemente, ma io continuo a guardare lo Yo-yo delle Tartarughe Ninja con cui stavo giocando. Le presto attenzione soltanto nel momento in cui lei mi si piazza letteralmente davanti agli occhi. Ma non sento quello che dice, vedo solo la sua bocca muoversi.

Ovviamente, non ho ricordi di quel giorno. Mi è stato tutto raccontato in un secondo momento.

In breve: per un giorno sono stata completamente sorda ma il giorno dopo sono tornata a sentire. Però i controlli fatti successivamente affermavano che i livelli del mio udito erano più bassi del normale.

Quindi ho messo gli apparecchi acustici. Non c’erano problemi. Come un bambino che mette gli occhiali, anzi, si notano pure molto meno degli occhiali.

Nella mia vita non è cambiato praticamente nulla a causa degli apparecchi e ne ho sempre parlato senza vergognarmene, ogni qualvolta saltasse fuori l’argomento. E non capitava molto spesso, che se ne parlasse, il che mi sento di dire che in un certo senso è un bene.

A giocare a quel gioco che si faceva sempre in oratorio non si sentono mai dire cose come “Corrono tutti quelli che hanno gli apparecchi acustici”, mentre “Corrono tutti quelli che portano gli occhiali” è una frase abbastanza frequente e comune.

Non si è portati, quindi, ad identificarsi con questa forma di disabilità. Sostanzialmente, a nessuno interessa. E questo va bene, meglio, è bello.

Allo stesso tempo questo porta molte meno persone a conoscere gli apparecchi acustici e la loro funzione. Questo, invece, credo sia un grandissimo problema.
Tutti prima o poi potremmo trovarci ad aver bisogno degli apparecchi acustici, esattamente come per gli occhiali.

Mi spiego: io so che probabilmente più invecchierò, più la mia vista andrà affievolendosi e quindi dovrò mettere gli occhiali. Credo sia una consapevolezza comune.
La stessa cosa succede con l’udito, no? Più invecchi, più diventi sordo.

Ma gli apparecchietti no, nessuno vuole metterli. Quando parlo con mia nonna devo urlare ogni santa volta, eppure lei continua a rifiutare categoricamente di mettersi gli apparecchi acustici.

Perché suona male, giusto? E poi, cosa sono esattamente gli apparecchi acustici? Se li metto sono disabile, la mia vita in qualche modo cambia, non sono più una persona normale e non posso più vivere normalmente.

Questi sono i pensieri comuni se mai sfiorasse il pensiero di aver bisogno degli apparecchi acustici.
Li leggo negli occhi di mia nonna, proprio lei che avendomi come nipote da diciotto anni dovrebbe essere quella che si fa meno problemi.

Invece no. Questo perché, per l’appunto, nessuno ne parla.
A volte io mi sforzo di farlo, anche se non è previsto nella conversazione. Spesso nel farlo faccio il paragone con gli occhiali e finora mi sembra quello che funziona meglio nel far passare il messaggio.

Vedi meno? Metti gli occhiali.
Senti meno? Metti gli apparecchi acustici.

Semplice, no? Fino a qualche anno fa, sì. Era semplice.
Adesso, crescendo, in realtà mi sono accorta che non è tutto così facile.
Dopo tutto questo discorso rimangono ancora due problemi.

Del primo voglio parlarne subito, sarò veloce.

Un apparecchietto costa sui 2500€.
Uno. Io ne ho bisogno due, quindi fatevi i conti.

È vero che fino a diciotto anni ne pago solo uno e 500€ li dà non so chi. L’assicurazione o qualche ente di questo genere. In ogni caso sono sempre 2000€ ogni circa cinque/sei anni.

Ma adesso ho compiuto 18 anni, bellissimo essere maggiorenni, vero?
Tra tre anni dovrò sborsare 4000€ per qualcosa che non sto decidendo io di avere. E, ovviamente, non esiste un modo per abbassare quel prezzo, perché se quando comprate il telefono nuovo cercate il miglior modello, figuratevi per cose come gli apparecchi acustici. Nessuno prenderà mai il modello precedente all’ultimo. E l’ultimo costa.
Non c’è l’usato e se ci fosse, sinceramente, mi farebbe schifo.

E se si hanno 18 anni non esiste neanche il “Va beh, prendo quello più economico, tanto non li userò più di tanto”. Mi sembra ovvio che non è vero, li devo usare sempre, da quando mi alzo al mattino a quando vado a letto la sera.

Il secondo problema è dato dal fatto che, purtroppo, più cresciamo, più diventiamo complicati. Ogni cosa deve avere mille significati, tutto deve voler dire qualcosa, tutto deve essere constatato, registrato, analizzato nei minimi particolari.

Quindi se fino a quando avevo quattordici anni parlare con gli altri bambini di apparecchi acustici non era un problema (e credo che a nessuno interessasse davvero), adesso sembra tutto più pesante e complesso.

Sto parlando degli apparecchi acustici ed è subito un “Ma è bello che ne parli così apertamente!”

E come diamine dovrei parlarne? Chiusamente? È una cosa di cui dovrei vergognarmi?

Sono la prima a dire questa cosa a chi ha una disabilità forte e ne parla senza far vedere il suo dolore. Ma c’è un’enorme differenza.

A parte un piccolo infarto per il costo, mica soffro perché ogni mattina devo mettermi gli apparecchi acustici.

Dico che porto gli apparecchi acustici e subito “Ah, sei sorda?” (altra dimostrazione, tra l’altro, che nessuno sa cosa siano o a cosa servano).

Non faccio in tempo a dare la solita risposta che uso in questi casi “No, sento meno, come per gli occhiali, vedi meno, li metti. Io sento meno, metto questi cosi” che subito è un “Oh, okay, scusami scusami, non volevo offenderti“.

Non mi sembra che fare domande abbia mai ucciso o offeso nessuno, anzi, apprezzo che tu voglia togliere una carta alla tua ignoranza.

Oppure siamo in piscina e non li ho (non posso bagnarli e dato il loro costo, se devo andare al mare o in piscina li lascio direttamente a casa); mi si scaricano le pile e non le ho di ricambio oppure me li dimentico a casa e appena lo sanno, tutti iniziano ad urlare per parlarmi.

Non mi sembra che con qualcuno con problemi di vista in piscina iniziate ad esagerare ogni movimento che fate perché non ha gli occhiali e ci vede meno.
E soprattutto, fino a tre secondi fa stavamo dialogando tranquillamente, ti dico adesso che ho le pile scariche da tre ore e tu inizi a urlare. Mi spieghi che cosa è cambiato rispetto a un minuto fa? Prima ti sentivo tranquillamente, quindi calmati. Per favore.

Non capisco.

Davvero non capisco.

Per questo credo se ne debba parlare, degli apparecchi acustici come di ogni altra disabilità. Per farla diventare normale, non identificativa. Normale.

Per far sì che mia nonna, così come so migliaia di altre persone anziane, non si sentano venire meno a mettere gli apparecchi acustici.

Per far sì che non ci sia nessuna risposta se a karate maledico il mondo intero perché il sudore mi ha fottuto la batteria e così non sento una mazza per il resto della lezione. Non ne sto “parlando apertamente”, sto soltanto imprecando.

E non ho avuto “coraggio” a continuare la lezione, l’allenamento, non sono un soldato, un eroe, ho solo continuato a fare la mia lezione di karate sentendo meno. Esattamente come tu hai fatto il combattimento senza occhiali perché il Maestro ti ha chiesto gentilmente di toglierli.

Per favore, la prossima volta che qualcuno vi chiede di ripetere ancora quello che dite, fatelo, urlategli “Amplifon!”, fatelo davvero. E poi, in due secondi, spiegategli cos’è questo Amplifon. Ma non smettete di dirlo.

Ditelo anche a vostra nonna quando non vi sente, diteglielo senza problemi, non è un’offesa, anzi. Forse proprio prendendola come scherzo, si convincerà a prenderli davvero, questi Amplifon.

E per esperienza, davvero, sarà un bene per lei e a voi non andrà giù la voce.

Camilla Ronchi, 5A LES


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