Una seconda Metamorfosi

Pubblicato da Redazione PartitaTripla il

Annagiulia De Biase della classe 1^C LSU reinterpreta la trasformazione in insetto della “Metamorfosi” di Kafka.

La Metamorfosi

Mi svegliai di colpo a causa di un forte dolore alla testa. Guardai la sveglia: erano le 4.00 di mattina. Provai a chiudere di nuovo gli occhi cercando di addormentarmi, ma non ci riuscii: i dolori alla testa erano fortissimi!

Decisi di alzarmi per andare a prendere una pillola ma mi sentivo molto debole quindi scelsi di rimanere a letto. Dopo qualche minuto, però, mi feci forza perché mi stavo sentendo davvero male e provai ad alzarmi.

Appena misi una gamba giù dal letto presi uno spavento: la mia gamba si era rimpicciolita e si era accorciata notevolmente! Pensai che fosse solo un sogno, che stessi avendo le allucinazioni, e iniziai a pensare di avere un po’ di febbre, visto che mi era già capitato di vivere questa situazione in casi simili.

La mia stanza era troppo lontana per poter chiamare mia mamma quindi decisi di toccarmi la fronte con la mano per rendermi conto se effettivamente avevo la febbre ma, di nuovo, davanti ai miei occhi vidi quella specie di zampetta esile.

“Avrò la febbre molto alta” pensai. Non sapevo cosa fare, non avevo la forza di alzarmi e avevo paura di gridare perché non volevo svegliare i mie fratelli. Chiusi gli occhi per qualche secondo e, dopo, riprovai a scoprire la gamba ma continuai a vedere la stessa identica immagine di qualche minuto prima. Mi convinsi quindi di chiamare i miei genitori ma non appena cercai di pronunciare una lettera, iniziai a sentire dei rumori fastidiosi, rimbombanti, come se la lettera appena pronunciata si ripetesse all’infinito dentro la mia testa con un tono di voce pigolante. Mentre, fuori dalla mia testa, la voce sembrava quasi un ronzio.

Pensai che anche questo fosse un effetto della febbre, anche se iniziai ad avere qualche dubbio. Non riuscivo più a stare lì ferma, senza fare niente, senza capire che cosa mi stesse accadendo, quindi decisi di buttarmi giù dal letto, dalla parte dell’armadio perché lì, una volta aperta una sua anta, ci sarebbe stato uno specchio; sentivo davvero l’esigenza di guardarmi. Quando caddi, sbattei la schiena (che avevo incominciato a sentire sempre più curva) contro il pavimento.

Non sentii tanto dolore e, per questo, decisi di aprire gli occhi che avevo tenuto chiusi per la paura. Appena li aprii il cuore iniziò a battermi molto forte perché, in piena notte, io riuscivo a vedere benissimo, e questa era una cosa molto insolita. Inoltre, nonostante stessi provando da qualche minuto a girarmi, non ci riuscii; vidi, invece, sei gambette che si continuavano a muovere.

Iniziai davvero a preoccuparmi e, senza prestare attenzione al ronzio della mia voce decisi di gridare per chiamare i miei genitori ma dopo due, tre, quattro volte che provavo a chiamarli senza nessun risultato, smisi di parlare e iniziai a provare a capovolgermi. Dopo non so quanto tempo e senza conoscerne il modo, riuscii a girarmi. Mi sentii molto sollevata solo per pochi secondi ma subito mi accorsi che quella che avevo assunto non era una posizione bipede, bensì a quattro zampe, o meglio, sei.

Nella mia testa continuavo a ripetermi che era tutto a posto, che semplicemente non stavo molto bene ma, in realtà, sapevo benissimo che non era così. Non sapevo bene come usare le mie nuove “gambe” ma, a dirla tutta, fecero tutto da sole. Infatti, mi portarono davanti all’anta dell’armadio. Alzai la testa: non mi ricordavo che la maniglia dell’anta dell’armadio fosse così in alto ma, abituata alle situazioni stravaganti che stavo vivendo nelle ultime due ore, non mi allarmai più di tanto. Feci un piccolo salto ma, senza volerlo (anche perché incapace di farlo) due piccoli “veli” leggeri e sottili si allontanarono dal resto del mio corpo e, grazie al loro movimento, riuscirono a portarmi verso la maniglia. Stavo addirittura sognando di possedere delle ali!

Un po’ frastornata da tutti questi fatti, decisi, una volta per tutte, di aprire l’anta del mio armadio per vedere che cosa mi stava accadendo. Anche aprire l’armadio risultò un po’ complicato ma, alla fine, ci riuscii. Mi venne da urlare ma cercai di trattenermi. L’immagine che avevo davanti ai miei occhi non era di una ragazza quattordicenne, bensì di una coccinella!

Incominciai ad avere giramenti di testa e stavo per svenire quando il rumore della sveglia catturò la mia attenzione. Erano le 6.00 e io dovevo alzarmi perché dovevo prendere il treno per andare a scuola. Iniziai ad agitarmi, mi riguardai allo specchio ma l’immagine proiettata su di esso era sempre la stessa. Corsi in bagno e cercai di chiudermi a chiave ma senza riuscirci.

Sentii mia madre che stava venendo a chiamarmi: panico totale. Che cosa avrebbe pensato? Che cosa dovevo fare? Come facevo a sistemare questa situazione?
Ormai avevo capito che non era un sogno e non avevo la febbre: non sapevo come ma ero diventata una coccinella. Mi sono sempre piaciute le coccinelle ma ora stavo iniziando ad odiarle.

Sentii i passi di mia madre sempre più vicini, per questo tentai di infilarmi dentro ad un buchino sopra la chiave del bagno e con tutta la forza che possedevo cercai di far girare la chiave, e con mio enorme stupore ci riuscii. Mia mamma bussò alla porta del bagno e mi disse:
“Sei già sveglia?”
“Sì” dissi cercando di non far sentire troppo la mia voce.
“Ti avevo detto che ti venivo a svegliare io e che non c’era bisogno della sveglia”
“Lo so, ma mi sono dimenticata di toglierla”.

Credo di aver mascherato bene la mia voce perché sentii i suoi passi diventare sempre più lontani. Per ora ero al sicuro ma questo non sarebbe durato per molto. I minuti passarono in fretta, infatti, poco dopo mio padre bussò e mi chiese se era tutto a posto e io dissi che in realtà non stavo molto bene e che quindi avrei preferito rimanere a casa. Lui allora chiese che cosa mi sentissi e io dissi semplicemente che non mi sentivo molto bene allora mia mamma, che era arrivata lì da qualche secondo, mi chiese di aprire la porta e dal suo tono di voce capii che era molto agitata.

Io dissi loro che non dovevano preoccuparsi e che volevo stare un po’ da sola e, stranamente, loro non insistettero più. Qualche minuto dopo arrivò mia sorella dicendomi che l’amica con cui prendo sempre il treno mi stava chiamando, allora io le dissi di dirle che oggi non sarei andata a scuola perché non stavo tanto bene. Solo mia sorella iniziò a insospettirsi sul tono della mia voce e mi implorò di aprire la porta ma io dissi di no e le chiesi di andarsene.

I giramenti di testa aumentarono e io iniziai, involontariamente, a volare lentamente verso il lampadario. Mi poggiai ad esso per qualche secondo e, dopo, le mie zampette mollarono la presa e io iniziai a cadere verso il tappeto del bagno. Questa volta, stranamente, mi feci più male e, per questo, i miei occhi incominciarono a chiudersi lentamente.

Non so per quanti secondi, minuti, ore rimasi lì per terra, so solo che quando riaprii gli occhi e mi alzai, riflesso nello specchio c’era il mio solito volto.

Annagiulia De Biase


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